admin, 11 luglio 2015

Renzi e la narrazione perduta

Intervista a Marco Cacciotto su L’informatore 

Dalla rottamazione al cambiamento. La politica 2.0 di Matteo Renzi è al bivio: la narrazione e la “politica veloce” su cui l’ex sindaco rampante del Comune di Firenze ha fondato la scalata al potere sembra avere perso mordente. L’indice di gradimento del governo è in caduta libera, gli elettori attendono risultati che non si vedono. Quale idea di paese propone il premier? Che significa modernizzare l’Italia? E dove sono i risultati che contano, il miglioramento strutturale dell’economia e le riforme? Secondo Marco Cacciotto, docente di Marketing Politico all’Università Statale di Milano e guru della comunicazione politica, tra i principali esperti italiani del settore, il presidente del Consiglio è entrato nella fase critica: «Rischia di essere percepito come colui che ha creato grandi aspettative – sottolinea Cacciotto – ma che alla fine non è stato all’altezza. È nel momento decisivo». Nel lungo colloquio con l’Informatore, l’analista, che è segretario generale dell’Associazione italiana consulenti politici e membro del Board of Directors della EAPC (European Association of Political Consultants), esamina tutte le forze politiche, da destra a sinistra: la paura e l’attendismo diffuso tra i partiti, il futuro del centrodestra che «si gioca sulla capacità di aggregare», la trasformazione “genetica” della Lega che ruba voti all’estrema destra e «l’esperimento fallito di Ncd». E il leader? Per Cacciotto servirebbe un «nuovo Berlusconi»: un imprenditore senza storia politica, con grande carisma e appeal, «ma al momento non si vede».

Professor Cacciotto, il centrodestra è in frantumi, oggi manca un pezzo rilevante del sistema partitico. Qual è l’ostacolo principale alla ricostruzione di quest’area politica?
«L’ostacolo principale è legato ad una assenza chiara di leadership. In passato ha funzionato il famoso schema a tre punte con Berlusconi, Fini e Casini; più forze politiche e più leader ma con un elemento unificatore. Oggi invece non è chiaro chi guiderà la coalizione. Tanto più che la legge elettorale premia la lista: impossibile un semplice cartello, l’alleanza dovrà essere chiaramente riconoscibile dagli elettori».

Il centrodestra come può trovare il leader? Se ne può favorire in qualche modo la ricerca o la selezione? 
«Non esistono formule scientifiche. Il leader emerge. Anche nella storia recente i leader si sono affermati nei modi più diversi. Serve qualcuno con le caratteristiche giuste: attrattivo verso i partiti e verso gli elettori. Tenendo presente che non si tratta di una figura dai tratti molto chiari. In questo momento contro la politica prevalgono i sentimenti di rabbia e delusione. È difficile trovare una leadership capace di emergere senza una dose di antipolitica, anche se strumentale».

Gli scandali degli ultimi mesi non aiutano. Come possono recuperare terreno i politici? Facendo proprio il messaggio dell’antipolitica senza, paradossalmente, metterlo in pratica?
«In un certo senso sì. Nelle ultime due tornate amministrative hanno vinto prevalentemente candidati nuovi, che affermano di non vivere di politica. Un’esigenza che nel centrosinistra prima non c’era. L’essere esterni inventa un fattore positivo per tutti. Ma amministrare un comune grande o addirittura un paese senza esperienza politica, comporta grossi rischi, dall’improvvisazione al disastro. E’ un paradosso: si vogliono figure nuove senza storia politica ma non si ha la pazienza di farle rodare. È molto difficile. Basta vedere i nomi dei prossimi candidati al Comune di Roma. In prima fila c’è Alfio Marchini che, stando almeno ai dati, sembrerebbe scalzare Giorgia Meloni nel centrodestra. Già qui si vede la differenza: pur non avendo i caratteri del politico paludato, quest’ultima ha comunque una lunga storia elettorale alle spalle, l’altro è un imprenditore esterno alla politica, il profilo che si cerca un po’ in tutte le tornate amministrative, una figura nuova che unisca in coalizione le anime del centrodestra. È il segno della situazione attuale. Paradossalmente ci vorrebbe un “nuovo Berlusconi”: un imprenditore dell’area moderata senza passato politico ma con appeal e un grande carisma. Ora non c’è, o almeno non si è ancora palesato».

Da esperto come valuta la comunicazione di Matteo Renzi? Pregi e difetti. In questa politica 2.0 si percepiscono giovanilismo e tensione al cambiamento. Il messaggio forte per cui l’Italia deve correre, ma quali sono i contorni del paese che ha in mente il premier?
«Possiamo dividere la parabola di Matteo Renzi in tre fasi. Primo: vince le primarie contro l’establishment e prende il controllo del partito. Dal punto di vista comunicativo è la fase migliore di Renzi, nel senso che si presenta nei panni dell’outsider, usa termini come “rottamazione” per conquistare elettori ormai delusi dalle loro leadership. Il problema della politica veloce, la cosiddetta politica 2.0, che ha forte attenzione alla comunicazione, si manifesta quando arriva al governo. E qui veniamo alle altre due fasi: quella di “una riforma al mese”, del “corriamo” e “non si può aspettare”; e la prospettiva dei mille giorni e delle riforme passo dopo passo».

Il cambio di ritmo funziona oppure no?
«Per un po’ puoi usare i giochi comunicativi della campagna elettorale, semplificando le questioni agli occhi degli elettori, cercando, come faceva Berlusconi quando attaccava la cooperazione rossa o la magistratura, un nemico cui dare la colpa dei ritardi o delle mancate riforme. Renzi ha usato figure diverse: i “gufi” e i “mangiatori di tartine”, cercando di comunicare che non sarà mai come gli altri, nella “politica degli aperitivi”. Distinguersi è la sua forza: se viene percepito come gli altri è finito. Deve mantenere questa differenza comunicativa. E il difficile è proprio adesso. Dopo un anno deve portare a casa i risultati, ma stanno via via emergendo le difficoltà politiche legate ad una coalizione che lo segue a fatica. Ci sono le contraddizioni interne della sinistra, le diverse visioni nel Partito democratico. Non emerge chiaramente quale sia l’idea di paese. Va bene il cambiamento, ma cosa significa? Stranamente la parola “cambiamento” ha avuto tutto questo successo nel nostro paese. Non siamo gli Stati Uniti. Da noi questa parola ha sempre spaventato. L’idea più chiara di cambiamento l’ha espressa un vecchio volantino della Dc, che diceva: “Progresso senza avventure”. Per noi è sempre stata questa l’idea, non certo un cambiamento radicale. Oggi invece tutti vogliono la svolta, salvo fare marcia indietro quando viene toccato il loro interesse».

E’ già accaduto sotto il governo Renzi?
«In Italia fare le riforme è difficilissimo. Se tocchi la scuola, c’è la rivolta; lo stesso se metti mano all’università, alle pensioni e alla rappresentanza sindacale. Qualunque riforma ha bisogno di una coalizione ad hoc. E la maggioranza parlamentare resta un problema: Renzi l’ha ereditata, una parte gli è fedele, l’altra non è detto. L’indice di approvazione del governo è sceso rapidamente intorno al 36/37%. Un calo netto. In futuro molto dipenderà dalla ripresa economica: se avverrà, per Renzi diventerà più facile vincere nuovamente le elezioni. Tenendo presente che i Cinquestelle sono vivi e vegeti, il centrodestra non è morto come sembrava, mentre gli elettori di centrodestra non sono certo scomparsi. Semplicemente non sanno chi votare».

Si sono rifugiati nell’astensione?
«In prevalenza sì. Mentre qualcuno ha scelto forze di protesta. Ma esiste, ed è pronto a rispondere ad offerte credibili e scelte nette. Non dimentichiamo che, come dimostrano le elezioni europee, le politiche portano alla mobilitazione: la contrapposizione nel “derby” tra la paura e la speranza che Renzi aveva attivato lo scorso anno nei confronti di Grillo funzionò, molti elettori moderati lo votarono per la paura di un sorpasso dei Cinquestelle. Ma non erano elettori del PD. E quel risultato è svanito in poco tempo. Nelle elezioni amministrative il PD ha preso molto meno rispetto alle europee: là c’era un effetto Renzi, non un effetto PD. La base del partito resta l’Ulivo, che ha sempre viaggiato tra il 31 e il 33%, come il PD di Veltroni. Può aggregare qualcun altro ma difficilmente sfonderà il 35%, soprattutto se si forma da un lato un competitore al centro e dall’altro una piccola formazione a sinistra in grado di togliere qualche punto percentuale».

Torniamo alle tre fasi della scalata di Renzi. 
«Oggi siamo nella fase tre: i mille giorni e la riforma al mese. Probabilmente Renzi ha compreso che troppe aspettative rischiano di generare un crollo dei consensi. Ad un certo punto gli elettori chiederanno conto delle promesse. E tra sei mesi vorranno vedere le riforme. Una caratteristica della politica veloce è l’assenza della cosiddetta “luna di miele” tra elettori ed eletto. Come i cittadini danno rapidamente il consenso, altrettanto rapidamente lo tolgono. Il crollo della fiducia non è solo questione italiana. Siamo tutti abituati alle tecnologie veloci, la gente non capisce perché la politica impieghi tutto questo tempo nel fare le cose. Viviamo con la doppia spunta di WhatsApp, l’ansia della risposta immediata. Il cambiamento tecnologico influisce sulla politica. Forse banalizzo, ma è un fatto che abbiamo meno pazienza e attenzione. Anche per il mondo politico. Per chi governa è difficile mantenere il consenso. Deve esibire costantemente i risultati. Se non ci riesce, e dall’altra parte dello schieramento trova chi è pronto a denunciare il fallimento del suo programma, a proporre all’elettorato di cambiare, rischia di andare a casa. L’effetto incumbent, che una volta era un vantaggio, oggi è un problema in tutti i paesi. I cambi di governo si moltiplicano».

E’ possibile fare un’affermazione forte: Renzi non ha un’idea di paese?
«Secondo me un’idea c’è. L’istanza di modernizzazione è molto simile a quella che aveva proposto Blair in Inghilterra. Ha introdotto alcune riforme nel dibattito politico. Ma è difficile sintetizzare l’idea in una frase che non sia il “cambiamento, finalmente facciamo le cose”. Renzi è stato bravo a proporre il mutamento generazionale e le riforme. Ma la narrazione oggi si è un po’ persa, dovrebbe delineare meglio l’immagine di paese. Va bene che sia moderno ed efficiente. La riforma del lavoro, ad esempio, è un tassello: ma dove ci porta? Continuiamo ad avere una spaccatura generazionale legata alle pensioni, una frattura che prima o poi esploderà. Quando le ultime generazioni vedranno le stime dell’Inps, o si spaventeranno o andranno in piazza. Di fronte a questi problemi, serve una visione precisa, una direzione chiara da prendere o l’obiettivo da raggiungere in 5/10 anni. Dopo il 2018 Renzi potrà fare un secondo mandato. Ma alla fine che paese lascerà? Sarebbe interessante se riuscisse a definirlo meglio».

Se dovesse esprimere un giudizio netto su questa politica 2.0 sarebbe positivo o negativo? In sostanza: Renzi promosso o bocciato?
«Seguendo la metafora scolastica, direi che nel primo trimestre è andato bene, nel secondo trimestre sta andando male. Immaginiamo di essere nel terzo trimestre dell’anno scolastico: ha avuto un calo e brutti risultati. In questo momento la comunicazione di Renzi non è più efficace come prima. Se dovessi valutarla in questo momento, il mio giudizio sarebbe negativo. Ho la sensazione che quella narrazione abbia perso mordente. E’ un momento difficile».

La gente se ne accorge? Secondo lei vede che c’è troppa comunicazione e poca sostanza? 
«Questo accento su comunicazione e sostanza è più da addetti ai lavori, da osservatori della politica. La gente pensa ad altro. Il punto di forza di Renzi era: o bianco, o nero. Ora che deve mediare e in alcuni casi tenere un atteggiamento ondivago, perde la sua energia. Se gli elettori iniziano a considerarlo come gli altri, un inconcludente, crolla. È qui il problema, non se è attento alla comunicazione, che ormai è parte della nostra esistenza. Alla fine si gioca tutto sulle questioni fondamentali: hai migliorato la mia qualità della vita? Sono ripartite le imprese? Il paese si sta riprendendo? L’occupazione cresce? Alla fine contano i dati strutturali, l’andamento dell’economia e il giudizio sull’operato del governo. Il vero rischio è quello di essere percepito come colui che ha creato grandi aspettative ma alla fine non è stato all’altezza delle attese. È questo il momento decisivo».

Come valuta l’esperimento politico del Nuovo Centrodestra? L’alleanza con Renzi si prolunga, ma sui territori gli elettori sembrano punire questo approccio, come dimostrano le percentuali bassissime ottenute al nord, dove a stento arriva al 2%, mentre sono leggermente più alte al sud,  in Puglia e Campania. Dopo l’avvento del bipolarismo è ancora possibile comportarsi in un certo modo a Roma, alleandosi con la sinistra, e valutare le alleanze sui territori di volta in volta? Per un partito nato con l’obiettivo di rifondare il centro destra, è sostenibile questa alleanza con Renzi?
«No, non è sostenibile. Il rischio è quello di diventare l’ala moderata del centrosinistra o di tornare nel centrodestra ma senza alcun potere contrattuale. L’esperimento di Ncd è fallito. Oggi non sembra avere grandi alternative. Il quadro è molto simile al partito che fu di Casini: un elettorato di opinione al nord, quindi molto più instabile, che in questo momento ti punisce perché si riconosce nell’area moderata, e un seguito fatto più di notabilati e poteri locali al sud. Perde pezzi di elettori che si accorgono dell’abbraccio mortale di Renzi. Finché si trattava di un’alleanza temporanea, dove riusciva ad imporre l’agenda, andava bene. Oggi la sensazione è che sia un partito molto debole, incapace di risultati. E poi oggi non c’è spazio per un terzo polo di centro: i Cinquestelle sono oltre i poli, si collocano al di sopra del continuum, da un lato c’è il centrodestra, dall’altro il centrosinistra».

Ed è chiaro che le categorie di destra e di sinistra sono le uniche che valgono. Dopo l’avvento del bipolarismo, gli elettori ragionano così oppure no?
«Sì. L’unica eccezione è il blocco forte del Movimento Cinquestelle, che vince tra gli elettori non collocati, che da anni rifiutano di riconoscersi nei due principali schieramenti e respingono la classificazione tradizionale. Ma buona parte dei cittadini si riconosce ancora nell’area di centrodestra o di centrosinistra. Per un partito è irrinunciabile collocarsi, scegliere uno dei due schieramenti. Mettersi con la sinistra e dire che si sta con il centrodestra non funziona. Poteva durare come operazione temporanea, ma ora sembra avviarsi verso un’alleanza di lungo periodo».

Cosa deve fare il partito di Alfano?
«Come altre forze politiche, è destinato a confluire in un nuovo contenitore, ancora non delineato».

Il collocamento naturale di Ncd è il centrodestra?
«Sì, il tema è poi cosa emergerà nella galassia moderata. Una gamba è la Lega Nord, l’altra al momento non c’è. Forza Italia vive in profonda crisi, il Nuovo Centrodestra è con la sinistra, l’esperimento di Passera, che ha fondato un partito con l’ambizione di cogliere l’eredità di Forza Italia, comunque non decolla. Queste forze non possono rimanere separate all’infinito. Il futuro del centrodestra si gioca sulla capacità di aggregare l’area».

È chiaro quindi che, fino a quando sta alleato con Renzi, il Nuovo Centrodestra non ha né capacità aggregante né aspira ad essere aggregato.
«Certo, e neppure abbia un futuro in sé. Alla fine penso sia destinato a sciogliersi da qualche altra parte. O si scioglie mentre è ancora forte o alla fine si ritrova con pezzi mancanti della sua stessa formazione politica. Deve individuare una prospettiva di medio termine e decidere cosa fare da qui al 2018. Le alternative sono due: o va con il centrodestra oppure si presenta insieme al Partito Democratico. Diversamente dovrebbe considerare il governo Renzi provvisorio, dichiarare i tre risultati da conseguire e annunciare il progetto di un centrodestra di governo. Operazione difficilissima, da comunicare con chiarezza per non rischiare di essere malvisti da entrambe le parti. La domanda sulla visione di paese vale anche per il Nuovo Centrodestra, che non riesce ad intestarsi le politiche moderate del governo. Porta voti al centrosinistra ma nessun risultato per sé. Con che bilancio si presenta agli elettori? Ha fatto passare leggi di cui il Partito Democratico prende il merito: qual è il risultato? Tra l’altro con l’ulteriore difficoltà di avere il ministero dell’Interno, oggi attaccato da tutte le parti. Una sorta di cerino in mano senza possibilità di imporre la linea politica sul tema dell’immigrazione. Con il timore di alzare i toni: non fa cadere il governo perché manca di prospettiva, e neppure sta riformando l’area moderata. In generale nei vari soggetti politici sembra prevalere la paura: stanno galleggiando un po’ tutti».

In che senso?
«Prenda Milano. Per scegliere il candidato tutti attendono la mossa dell’altro. Nel totale immobilismo. Si annunciano candidature ma non emergono candidati. Il centrodestra attende il centrosinistra, quest’ultimo cerca di capire se decide Roma o il livello locale. Lo stallo su Milano è il sintomo della situazione politica nazionale».

Salvini può guidare il centrodestra?
«Io ho sempre pensato di no. E’ difficile conquistare il centrodestra partendo dall’ala più estrema. Matteo Salvini ha guidato la Lega Nord cambiandola radicalmente anche rispetto alla famosa Lega 2.0 di Roberto Maroni. Non ha avuto problemi ad interloquire con Marine Le Pen. Ha cambiato pelle prendendo in parte il posto che era di Alleanza Nazionale. In questo momento, però, ha un vantaggio: non ha competitor. Sta comunque tentando un’operazione originale di riposizionamento personale. Ha alzato i toni ma nel contempo mostra di non essere poi così estremista. Potrebbe ambire alla guida di un centrodestra più piccolo, magari in un momento di passaggio senza grandi possibilità di vittoria. La verità è che rimaniamo in una fase liquida, dove può accadere accadere di tutto».

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